UN INCONTRO

UN INCONTRO

E’ una mattina di fine agosto quando attraversiamo insieme, per la prima volta, il cancello del Villaggio Senza Barriere. Subito si sbraccia un signore in carrozzina per salutarci e Marianna, dietro di me, mi chiede: “Ma lo conosci?”. Io non so cosa dire, no non lo conosco eppure è talmente contento di vederci che potrebbe essere nostro amico.

Questa è stata la prima cosa che abbiamo imparato a fare al Villaggio: incontrare l’altro.

Ad ognuno di noi era affidato qualcuno da conoscere, di cui avere cura e questo ci ha aiutato a non limitarci a vedere il servizio come un obbligo da assolvere o qualcosa da fare, ma a cercare di capire i bisogni dell’altro e aiutarlo. Insieme abbiamo quindi provato ad affinare la nostra abilità di capire quando una persona ha bisogno e di cosa ha bisogno. Insieme abbiamo provato a fare uno scatto per passare dal fare qualcosa per l’altro, al creare un legame vero e andare oltre alla semplice necessità.

Nicola, dopo nemmeno un’ora che eravamo arrivati, mi fa notare che il Villaggio non è un posto per soli disabili come erroneamente pensavamo: “Oh Giuli guarda lì! C’è una bambina che prova ad allacciare le scarpe a un disabile, il disabile intanto cerca di tenere su un nonno che non sta in piedi e il nonno vuole chiamare una signora che non sente”. Da educatrice provo a dare il buon esempio e faccio subito uno scatto per aiutarli poi mi fermo e penso: “Chi aiuto ora? La bambina ad allacciare le scarpe al disabile? Il disabile a tenere su il nonno? Il nonno a chiamare la signora? O chiamo direttamente io la signora?”. Nicola riprende: “E’ una scena bellissima!”. La riguardo ed ha proprio ragione, in quel momento vedo una comunità, vedo una Chiesa che include finalmente Tutti a partire dagli ultimi e vedo una famiglia che si aiuta a vicenda.

La difficoltà più grande è stata avere attenzione per l’altro, cercando di vedere cosa ci stava dietro indipendentemente dal bisogno che manifestava. Per superare queste e tante altre piccole difficoltà ci siamo affidati alla preghiera che scandisce le giornate al Villaggio.

La preghiera è il vero motore che muove le azioni di tutti i volontari, ci ha dato respiro, ci ha fatto evitare di vivere il servizio in modo “autocelebrativo” e ci ha fatto capire che il vero modo per essere grandi e liberi come Gesù è quello di condividere la vita.

La vicinanza con il Signore attraverso i tanti momenti di preghiera ci ha spronati a metterci all’ultimo posto, ci ha aiutato ad essere umili, non so se ci siamo riusciti ma i volontari ci hanno indicato la strada mostrandoci la vera carità per essere credibili agli occhi di tutti.

Abbiamo vissuto la parabola del Buon Samaritano che ha accompagnato le nostre riflessioni di gruppo trasmettendoci come l’incontro tra il buon Samaritano e l’uomo incappato nei briganti possa sconvolgere un’esistenza. Infatti in quel “si è fatto prossimo” ci siamo immedesimati, perché il prossimo siamo diventati noi, noi che eravamo al Villaggio per aiutare. Nella relazione con il nostro amico infatti eravamo coinvolti come il Samaritano ha coinvolto il locandiere, un coinvolgimento che dà calore alla relazione con l’ultimo.

Gli ultimi giorni di campo mi hanno riempito di gioia perché osservando ragazzi ed educatori non vedevo più “assistente e assistito” ma due persone che camminavano insieme. Inoltre il servizio non era più svolto come “fare” ma come “essere e vivere” in comunità. Farlo insieme, in gruppo è diverso, lo abbiamo vissuto concretamente dicendo il rosario tutti i giorni, chi lo diceva insieme agli altri non faceva fatica come chi lo diceva da solo.

Un ragazzo durante le condivisioni raccontava dell’amico che gli era stato affidato, del fatto che l’amico lo aveva investito di una grande fiducia e lo aveva accolto per primo lasciandosi toccare nei suoi limiti.

Ora mi chiedo: noi saremo mai in grado di lasciarci toccare nei nostri limiti da uno sconosciuto?

E mi chiedo ancora: a casa non saremo sempre davanti a disabilità evidenti, ma riusciremo lo stesso ad andare incontro alle “disabilità nascoste” che circondano le persone della nostra vita?

Una cosa è certa, ora che siamo stati al Villaggio non possiamo più far finta di non vedere.

Giulia,

 

campo Azione Cattolica